Mulholland Drive
Dopo un terribile incidente sulla Mulholland Drive a causa del quale ha perso la memoria, Rita trova riparo in casa dell’aspirante attrice Betty. Insieme a lei cercherà di ricostruire la sua identità e di scoprire la provenienza del denaro che ha con sè.
| Titolo | Mulholland Drive |
| Anno | 2001 |
| Regia | David Lynch |
| Distribuzione | Rai Cinema |
| Nazione | Francia, Usa |
| Cast | Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster |
| Durata | 145 |
Tra realtà e sogno David Lynch colloca il cinema, territorio di confine, possibile porta d’accesso ad universi paralleli. Domande prive di risposte, scambi di ruolo, contesto irriconoscibile. Il lato oscuro di Hollywood prende corpo in “Mulholland Drive”, si manifesta in tutta la sua potenza e apre a sua volta il sipario su un palcoscenico inquietante, in cui si agitano attori disperati, ombre che rappresentano il grande spettacolo della vita. A partire dai meandri della mente umana, labirintici, inesplorabili, soggetti a interpretazioni multiple, si materializzano personaggi fragili e/o potenti, vittime o carnefici, artefici o passivamente succubi di un destino ineluttabile al quale non ci si può sottrarre. Registi nel manovrare il prossimo, spesso le figure umane tratteggiate da Lynch diventano comparse prive d’importanza di fronte a se stesse. Due protagoniste femminili la cui essenza è frutto del delirio, o di un senso di colpa che, ad una prima analisi, trova una felice soluzione nel costituirsi di una vita possibile in cui ogni cosa trova posto in una felice collocazione. Betty, la candida, bionda fanciulla, promessa del cinema con un futuro dalle felici premesse è presente attraverso un’iconografia che la rende luminosa, vivace, attiva nei confronti del mondo circostante. A lei sembra opporsi la bruna Rita, dal fascino maliardo, fatale, perduta in un’assenza di memoria che la rende fragile, dipendente da quella sconosciuta di cui da subito si fida, proprio in virtù della sua gentilezza solare, e di cui ben presto si innamora. Un incidente si sostituisce a un omicidio in un inizio in cui l’attraversamento della famosa strada, da cui prende titolo il film, sancisce per Rita l’ingresso in un universo sconosciuto di cui non comprende le dinamiche (è per questo che la donna ha perso i suoi ricordi). La ricerca di un’identità possibile è stimolata dalla piccola Betty, perfezione personificata, grazie alla quale un’evoluzione psicologica è possibile e avviene non solo esteriormente – la donna diventa bionda, sempre più somigliante all’amica, irriconoscibile per i suoi nemici e dunque più forte - ma anche nella sua intima natura. Il club Silencio, in cui le due si emozionano di fronte allo spettacolo “No I Banda”, è il punto di rottura. Da questo momento la chiave può essere inserita nella strana scatola rinvenuta, (rompicapo che trova una soluzione forse solo apparente). Ma la scatola così come il mostro dietro l’angolo e i due vecchi inquietanti e temibili altro non sono che collanti capaci di stabilire un contatto proprio con universi “altri”, per i quali l’essere umano non può e forse non deve fornire spiegazioni. Betty, ormai inutile, si dissolve – la sua scomparsa potrebbe addirittura dare adito a una spiegazione psicanalitica: due diverse personalità in un’unica mente – e, questa volta, proprio a partire da lei una nuova storia prende corpo in opposizione alla precedente, dividendo la narrazione nelle due diverse facce di una stessa medaglia. A una personalità decisa se ne oppone nuovamente una debole, vi è tuttavia un perfetto rovesciamento delle parti. Non più una ragazza piena di aspettative in una casa da sogno, Betty diventa Diane, sola, disperata e perdutamente innamorata di una donna cinica e priva di scrupoli; Rita, quasi irriconoscibile si trasforma nella spietata Camille. Ancora una volta Mulholland Drive viene attraversata, ancora una volta l’attraversamento è compiuto dal personaggio in difficoltà (come non vedere a questo punto nella nuova Diane oltre che l’opposto di Betty anche una possibile evoluzione di Rita e viceversa?). Da qui un nuovo copione prende corpo fino al tragico epilogo che potrebbe dare giustificazione all’intera storia. Veglia e sogno, o meglio incubo nella sua forma più angosciosa, si alternano all’interno di una struttura circolare grazie alla quale ogni elemento presente nella prima parte trova un corrispettivo nella seconda. In entrambi i casi un unico personaggio rimane sempre uguale a se stesso: il regista ostacolato prima, felicemente affermato poi, comunque e inequivocabilmente nel suo ruolo. Azzardata, ma non impossibile interpretare una tale presenza come suggerimento che ricorda l’onnipresente impronta dell’estro personale di un autore che pone lo spettatore di fronte a diverse porte chiuse, lasciando a lui la possibilità di scegliere quella in cui entrare.


