Il colore della libertà - Goodbye Bafana
Sudafrica 1968. James Gregory, un Afrikaner bianco fortemente convinto dell’inferiorità della razza nera, conoscendo la lingua Xhosa, diventa la guardia addetta alla censura nel carcere speciale di Robben Island. Il suo compito è quello di sorvegliare Nelson Mandela e i suoi compagni. Il giovane rimane talmente influenzato dalle parole e dal carisma di Mandela da avere una totale conversione, diventando un sostenitore degli uguali diritti tra bianchi e neri.
| Titolo | Il colore della libertà - Goodbye Bafana |
| Titolo Originale | Goodbye Bafana |
| Anno | 2007 |
| Regia | Bille August |
| Distribuzione | Istituto Luce |
| Nazione | Germania, Belgio, Sud Africa, Gran Bretagna, Lussemburgo |
| Cast | Joseph Fiennes, Diane Kruger, Dennis Haysbert, Adrian Galley, Shiloh Henderson, Mehboob Bawa |
| Durata | 140 |
Finalmente anche la cinematografia d’oltreoceano si avvicina alla storia recente del continente africano, per raccontare di dittature e oppressioni, guerre civili e sfruttamenti. Dopo il successo de “L’ultimo re di Scozia”, tocca a Bille August (“La casa degli spiriti”, “Il senso di Smilla per la neve”) riportare alla luce una storia tutta africana, come quella della lotta di Mandela contro l’apartheid. Se “L’ultimo re di Scozia” affrontava, infatti, la dittatura di Amin Dada dal punto di vista del giovane medico, “Il colore della libertà” riassume la storia dell’apartheid descrivendo il rapporto fra Mandela e l’ufficiale carcerario che ne visionava la detenzione: la vita dei due si incontra e si unisce sempre più, mentre il Sudafrica gli muta intorno. La politica si mescola quindi al sentimento, la Storia di tutti alla vita del singolo. Scelta mediaticamente premiante, quella del bravo Dennis Haysbert nei panni di Mandela. Come dimenticarlo, infatti, nei panni del primo presidente USA afroamericano in “24”? Bille August sceglie di narrare quella che fu la più grande svolta storica per il popolo sudafricano (e non solo) riassumendo i 27 anni di detenzione del leader politico in due ore e venti di pellicola ed utilizzando come misura narrativa il contrasto tra le idee egualitarie di Mandela (espresse nella Carta delle libertà, testo posto all’indice dai bianchi e trovato dal protagonista grazie ad una serie di fortuite e rischiose coincidenze) ed il clima che si respirava nel paese, governato da un sistema basato sull’ignoranza, la violenza e la disinformazione. Un luogo in cui la minoranza bianca cresceva nutrendosi di una cultura talmente razzista ed insensata da non essere in grado di spiegarla o giustificarla ai propri figli. “Portabandiera” dei bianchi è James Gregory (Joseph Fiennes), ufficiale carcerario marito di una donna (Diane Kruger), emblema dell’arrivismo e dell’opportunismo, e padre di due figli che non capiscono e chiedono risposte. Affidatogli il controllo del “prigioniero speciale” Mandela, grazie alla sua conoscenza della lingua dei neri, ne subirà volente o nolente l’influsso ed il carisma, sino a condividerne le idee e lo spessore morale. Un film necessario che, speriamo, aprirà la strada a tematiche sempre troppo taciute.
Massimo Frezza


